Ex-Pulsioni ovvero la leggerezza dell’anima – Parte I

Astenersi dal fare qualcosa è un grande atto di coraggio. Voler far qualcosa significa riconoscere “una” pulsione quasi incontrollabile che ci spinge ad agire in un determinato modo.
Una delle pulsioni più famose è quella sessuale, una spinta voluttuosa che ci ricorda inesorabilmente la nostra natura-naturale. Nonostante ci sforziamo di velare la nostra origine con espedienti di una vetusta e anacronistica borghesia, la nostra natura è tale e continuamente celebrata con atti di spudorato piacere.

Ritornando al nostro atto di rifiuto: è così difficile astenersi dal compiere un atto in-pulsivo? La risposta è sì. Oltre ad un grande coraggio ci vuole un autocontrollo non indifferente, una autocoscienza che la massa non conosce e alla quale non è neanche abituata né educata.

Su questo argomento l’educazione è misera e gli stessi educatori ignoranti (ahimè senza generalizzare). In ogni modo, rimane saldo il vecchio concetto che la pulsione sessuale resta una pulsione d’amore (bacio-coito-figlio-famiglia) di cui il risultato [o prodotto? (il figlio?)] e spesso un ente/essere puramente casuale.

Tralasciando l’etica relativa, cosa implica rinunciare ad una pulsione? (di qualsiasi natura) Angoscia (?) Tedio (!) Dolorose Implicazioni somatiche, in parte generate da dinamiche psichiche.
Rifiutare un atto abitudinario generato da una pulsione è il primo stadio di una di-sin_tossicazione necessaria. Questo (lungo) processo possiamo paragonarlo alla disintossicazione da sostanze psicotropiche; è lungo ed il primo atto fortemente devastante (il grado di sofferenza dipende dal soggetto/oggetto) Fortunatamente, il primo “step” è quasi esclusivo e i successivi sono meno traumatici.

Liberarsi da un abitudine (in quanto “vizio”) legata all’istinto è un atto di estrema importanza; infatti, essendo {noi} esistenti in quando in conflitto pulsionale, l equilibro [ gestione “umana” dell’istinto (motore degli atti in questione)] è fondamentale.

Edvard Munch – Separazione, The Munch Museum, Oslo 1896


Cosa succede in caso di “equilibrio” e di “sbilanciamento” pulsionale? (Sostituiamo pulsionale con lubrico – dato che gli istinti più comuni sono quelli legati alla voluttà, mentre quelli distruttivi, forse mai, verranno trattati in seguito)

Equilibrio:
L’essere si esprime nella sua totalità, sveglio, scaltro, infinitamente presente nella sua presenza. L’equilibrio raggiunto (se ti stai chiedendo in che modo si possa raggiungere, bene…questo viaggio sarà descritto nella seconda diserzione) crea una totale armonia che coinvolge l’anima, la psiche e il corpo (schiavo delle prime due, mai padrone). È proprio attraverso questa dinamica dialettica dei contrari che la pulsione diventa vita-mina, donando energia spirituale, motore della massa corporea e della sua attività neuropsichica.


Sbilanciamento:
Quando l’equilibrio viene ad interrompersi l’anima precipita nel tutto nero: il corpo diviene oggetto di scosse involontarie, in-coscienti, veicolante attività noetiche di distruzione ontologica. In questa fase disperata, essendo preda dell’istinto, l’essere umano perde il controllo della sua piccola esistenza-controllabile diventando mero oggetto nelle mani del suo inconscio.
La psiche: la cui energia neuronale diventa atomica, non controllata, esplosiva. La “mente” è ormai sconnessa dal tutto umano, persa nei suoi giochi incontrollabili, dove il senso delle cose non ha più significato, ugualmente il concetto tempo/spaziale.


Può chiamarsi panico, ansia o angoscia. Dura pochi secondi, anni non misurabili.

La soddisfazione tanto agognata e finalmente conquistata, ha generato insoddisfazione e miseria; ciò che abbiamo tanto desiderato è appena diventato il nostro pensiero più odiato.


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